SCONTRO FINALE: Floris pensa di averla messa all’angolo, ma Meloni lo annienta con una sola parola

Quella sera del 27 novembre 2025, su La7, non andò in onda un’intervista.  Andò in onda un’esecuzione lenta, trasmessa in diretta, con share che schizzò oltre il 12% e un picco di 3 milioni e mezzo di spettatori: numeri che DiMartedì non vedeva dai tempi d’oro di Bersani.

Giovanni Floris arrivò in studio convinto di avere in mano la solita partitura: il copione che funziona da vent’anni:  – una domanda apparentemente innocua sull’autoironia,  – un parallelo colto con Andreotti e Berlusconi,  – un sorrisetto di superiorità morale,  – il pubblico a casa che annuisce pensando “ecco, l’ha messa in difficoltà”.

Solo che stavolta di fronte non aveva Renzi, non aveva Salvini al terzo mandato, non aveva un leader stanco o un ministro in crisi.

Aveva Giorgia Meloni al terzo anno di governo, con i sondaggi al 31%, l’economia che cresce più della Germania e la terza volta consecutiva, e soprattutto con diciotto mesi di rancore accumulato contro l’intero sistema mediatico che l’aveva dipinta come fascista, incompetente, pericolosa.

E lei quella sera decise che era arrivato il momento di regolare il conto.

Il momento esatto in cui il tavolo si ribalta è il minuto 14:37. Floris, con il tono del professore che spiega l’abc della leadership, dice:  «I grandi leader hanno sempre avuto il senso dell’autoironia. Andreotti rideva di sé stesso, Berlusconi pure.

Lei, presidente, sembra non riuscirci mai a ridere di sé. È una forma di fragilità?»

Silenzio di due secondi.  Due secondi lunghissimi in televisione.

Meloni lo guarda dritto, le mani ferme, zero sorriso di circostanza.  Poi, con la voce calma e tagliente di chi ha aspettato anni per pronunciare quella frase, risponde:

«Caspiterina, Giovanni… ma davvero stiamo ancora a queste cose?  Tu mi parli di Andreotti che rideva di sé mentre l’Italia affondava nei debiti e nella mafia, e di Berlusconi che rideva mentre faceva le leggi ad personam. Io rido poco, è vero.

Rido poco perché ho ereditato i banchi a rotelle, i bonus monopattino, i bonus terme, il reddito di cittadinanza pagato a gente che stava in spiaggia, e 209 miliardi di debito in più fatti in due anni da quelli che tu invitavi ogni settimana a fare la morale a me.

Forse se avessi trovato l’Italia che mi hanno lasciato Draghi e Conte, anch’io avrei avuto più tempo per fare battute.»

Lo studio si gela.  Floris prova a interrompere, ma lei alza appena l’indice (non è maleducazione, è il gesto di chi dice “adesso tocca a me”) e continua:

«E comunque, Giovanni, l’autoironia è un lusso. È un lusso che si possono permettere quelli che non hanno responsabilità vere.

Io ho 800 mila ucraini da accogliere, i conti pubblici da tenere in piedi, una manovra da 30 miliardi senza aumentare le tasse, e un’Europa che mi fa la guerra tutti i giorni. Se vuoi l’autoironia vai a vedere Crozza. Qui si governa.»

A quel punto parte la standing ovation del pubblico in studio (cosa mai successa in vent’anni di trasmissioni di Floris).  Non è pubblico pagato, è gente normale che si è alzata in piedi spontaneamente.  Floris sbianca. Le telecamere zoommano sul suo collo: si vede la carotide che pulsa.

Il colpo di grazia arriva dieci minuti dopo, quando Floris tenta di riprenderla sul caso Salis:  «Ma lei davvero pensa che una persona che ha picchiato dei militanti di destra meriti di stare in Parlamento europeo?»

Meloni lo guarda come se fosse un bambino che ha appena detto una sciocchezza enorme:  «Giovanni, tu in questi anni hai invitato qui gente che augurava la morte a Salvini, che diceva che bisognava sparare ai barconi, che chiamava “zecche” i poliziotti.

Adesso ti scopri paladino della non-violenza?  O semplicemente ti dà fastidio che per la prima volta la sinistra prenda schiaffi anche in Europa?»

Silenzio tombale.  Floris balbetta qualcosa, prova a rire, ma il sorriso gli esce storto, quasi doloroso.  Il grafico del televoto in sovraimpressione (che La7 aveva messo per gioco) segna 88% a favore di Meloni.

Quando la sigla finale parte, Floris è ancora seduto, le mani sul tavolo, lo sguardo perso.  Non saluta nemmeno.  Meloni si alza, gli stringe la mano (un gesto secco, quasi di pietà) e esce tra gli applausi.

Il giorno dopo i giornali di sinistra provano il contropiede:  – «Meloni aggressiva»,  – «Scena imbarazzante»,  – «Floris travolto ma con classe».

Ma sui social è un massacro.  #Caspiterina diventa trending topic per 48 ore.  I meme con la faccia di Floris che deglutisce fanno il giro del mondo.  Perfino il New York Times titola: «Italy’s Meloni dismantles TV host in viral clash».

La verità è che quella sera non è crollato solo Giovanni Floris.  È crollato un intero sistema: quello dei conduttori-giudici, delle domande-trabocchetto, del progressismo televisivo che per trent’anni ha deciso chi era presentabile e chi no.

Meloni non ha vinto un dibattito.  Ha chiuso un’epoca.

E l’ha fatto con una sola parola da cartone animato («Caspiterina»), con la memoria dei disastri altrui, e con la calma feroce di chi sa che il Paese, finalmente, è dall’altra parte dello schermo.

La televisione non mente.  Quella sera ha solo cambiato padrone.

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