La storia della persecuzione degli omosessuali durante l’occupazione nazista in Francia è una delle pagine più oscure e spesso dimenticate della Seconda Guerra Mondiale. Mentre l’Olocausto contro gli ebrei è ampiamente documentato, il destino di migliaia di uomini accusati di omosessualità rimane avvolto in un silenzio lungo decenni, aggravato dal disprezzo sociale che persistette anche dopo la Liberazione.
In Francia, il regime di Vichy mantenne il codice penale che non criminalizzava esplicitamente l’omosessualità (a differenza della Germania, dove vigeva il Paragrafo 175), ma l’occupazione tedesca impose una repressione brutale attraverso la Gestapo, che operava con liste di sospetti e retate mirate.
Tra le testimonianze frammentarie dei sopravvissuti e i documenti emersi dagli archivi, emerge un episodio particolarmente agghiacciante legato a un luogo semisconosciuto: la cosiddetta “Sala Parigi”. Questo nome non compare in mappe ufficiali né in rapporti militari tedeschi, ma è stato sussurrato per anni tra i pochi che sopravvissero ai campi e alle prigioni della Gestapo nella capitale francese.
Si trattava di un sotterraneo in un edificio réquisitionné nel 16° arrondissement, un palazzo haussmanniano dall’aspetto signorile, con facciate eleganti e balconi in ferro battuto, che nascondeva nelle sue viscere un inferno riservato a una categoria specifica di prigionieri: gli omosessuali parigini, marchiati con il triangolo rosa nei lager tedeschi, ma qui trattati in modo ancora più sadico e isolato.
La “Sala Parigi” non era un campo di concentramento tradizionale come Dachau o Buchenwald, dove almeno esisteva una struttura burocratica. Era un centro di detenzione “specializzato”, creato dalla Gestapo per “rieducare” o, più realisticamente, distruggere psicologicamente e fisicamente gli uomini accusati di “degenerazione razziale”. La Gestapo considerava l’omosessualità una minaccia alla purezza ariana, una devianza da estirpare con ogni mezzo. In Francia occupata, dopo l’arresto in base a delazioni o sorveglianza, molti venivano trasferiti in luoghi come Fresnes o la prigione della Santé per interrogatori preliminari, ma i casi più “difficili” o emblematici finivano in questo seminterrato anonimo.
André Moreau è una delle figure che incarnano questa tragedia. Nato nel 1912 a Parigi, parrucchiere di mestiere in rue Lepic a Montmartre, André conduceva una vita discreta. Il suo salone era frequentato da signore del quartiere, attrici minori e borghesi che apprezzavano la sua mano leggera e la riservatezza. Ma André amava gli uomini, un segreto custodito con cura in un’epoca in cui anche un semplice sguardo poteva costare caro. Nella Parigi del 1944, i bar clandestini di Pigalle o di Montparnasse offrivano rifugi precari, ma pieni di rischi: infiltrati, delatori, agenti provocatori.
Fu proprio in uno di questi locali che André incontrò un uomo attraente, con cui trascorse una notte. Tre giorni dopo, all’alba del 15 marzo 1944, la Gestapo irruppe nel suo appartamento. Non gli permisero di vestirsi decentemente né di salutare la madre, che lo vide sparire in manette. Portato al quartier generale di avenue Foch, sede della Gestapo parigina, subì due settimane di interrogatori violenti: percosse, privazione del sonno, umiliazioni sessuali volte a spezzare la resistenza e ottenere nomi di altri “complici”. André non parlò, sapendo che qualsiasi confessione avrebbe condannato amici o conoscenti.
Il verdetto arrivò rapido: trasferimento in un “centro di rieducazione” per omosessuali. Accompagnato da altri prigionieri con lo stesso destino, fu condotto in un cortile chiuso da mura alte, davanti a un edificio che dall’esterno sembrava un hotel di lusso della Belle Époque. Un ufficiale SS, Klaus Richter, li ricevette con freddezza burocratica, spiegando che lì sarebbero stati “curati” dalla loro “malattia”. Scesero scale ripide fino al seminterrato: un corridoio umido illuminato da lampade fioche, porte di metallo rinforzato. Su una di esse, una targa semplice: “Sala Parigi”.
Una volta dentro, la realtà superò ogni incubo. La sala era un vasto spazio diviso in celle piccole, con pavimenti di cemento grezzo e pareti trasudanti umidità. L’aria era densa di odori di sudore, sangue e paura. I prigionieri, già indeboliti da mesi di detenzione, venivano sottoposti a trattamenti progettati per annientare ogni traccia di umanità. Non si trattava solo di torture fisiche – frustate, immersioni in acqua gelida, scariche elettriche – ma di umiliazioni sistematiche: costretti a simulare atti sessuali tra loro sotto lo sguardo divertito delle guardie, privati di cibo per giorni, lasciati nudi al freddo per ore.
L’obiettivo dichiarato era la “rieducazione”, ma nella pratica era la distruzione. Molti, dopo settimane di sofferenze, arrivavano a implorare la morte: “Lassen Sie mich sterben”, “Lasciatemi morire”, ripetevano in tedesco approssimativo, preferendo la fine alla continuazione di quell’orrore.
La “Sala Parigi” funzionava come un laboratorio del terrore. Non esisteva registrazione ufficiale: i prigionieri arrivavano e sparivano senza traccia nei registri. Alcuni venivano trasferiti in Germania, nei campi dove il triangolo rosa li attendeva, altri morivano lì, di sfinimento o per “incidenti” orchestrati. I sopravvissuti, pochissimi, portarono con sé un trauma che li segnò per sempre. Dopo la Liberazione del 1944, quando Parigi fu liberata, molti di questi uomini non parlarono. La società francese del dopoguerra, ancora impregnata di pregiudizi, considerava gli omosessuali come collaborazionisti o depravati.
Il silenzio fu imposto anche dalla vergogna: chi raccontava rischiava di essere emarginato due volte.
Solo negli anni ’90, con la declassificazione di documenti negli Archivi Nazionali francesi (alcuni rimasti secretati fino al 1995, cinquant’anni dopo la fine della guerra), emersero frammenti di verità. Rapporti della Gestapo, elenchi parziali, testimonianze raccolte dalla polizia militare alleata rivelarono l’esistenza di centri come questo. Storici specializzati nella storia dell’occupazione, come Florence Tamagne o ricercatori del Mémorial de la Shoah, hanno contribuito a ricostruire questi episodi, sottolineando come la persecuzione in Francia fosse adattata al contesto locale: meno sistematica rispetto alla Germania, ma altrettanto crudele nei confronti di chi veniva individuato.
André Moreau sopravvisse, ma a caro prezzo. Trasferito in un campo in Germania nell’estate del 1944, fu liberato dalle truppe alleate nel 1945. Tornò a Parigi cambiato, un uomo spezzato. Riaprì il salone, ma non fu più lo stesso: lavorava in silenzio, evitando contatti, tormentato da incubi. Morì nel 1978, senza aver mai raccontato pubblicamente la sua storia. Solo una lettera ritrovata tra le sue carte, indirizzata a un amico scomparso, accenna alla “sala dove imploravamo la morte”.
La “Sala Parigi” simboleggia l’abisso raggiunto dall’ideologia nazista: un luogo dove l’essere umano veniva ridotto a oggetto da “correggere” o eliminare. Oggi, memoriali a Parigi e Berlino ricordano le vittime del triangolo rosa, ma storie come questa rimangono in gran parte sommerse. Servono a rammentarci che l’odio non conosce confini, e che il silenzio complice può durare generazioni. La memoria di quegli uomini, che preferirono la morte alla continuazione della tortura, merita di essere preservata, non per pietà, ma per giustizia storica. Perché dimenticare significherebbe permettere che simili orrori possano ripetersi.