LA BIBBIA ETIOPE DESCRE GLI OCCHI E IL VOLTO DI GESÙ IN MOLTO DETTAGLIO E IL MONDO RIMANE Sbalordito In una scoperta rivoluzionaria che ha scosso la comunità cristiana, gli studiosi hanno trovato vivide raffigurazioni degli occhi e del volto di Gesù nella Bibbia etiope, sfidando le rappresentazioni tradizionali secolari. Questo antico testo, conservato per quasi 2.000 anni, offre un’immagine sorprendentemente diversa di Cristo, un’immagine allo stesso tempo inquietante e…

La Bibbia etiope descrive gli occhi e il volto di Gesù con dettagli impressionanti, lasciando il mondo sbalordito. In una scoperta che sta scuotendo le comunità cristiane di tutto il pianeta, studiosi e fedeli stanno riscoprendo passaggi antichi conservati per quasi duemila anni nella tradizione ortodossa etiope, che offrono un’immagine di Cristo radicalmente diversa da quella consolidata nell’arte e nella devozione occidentale. Non si tratta di un semplice ritratto fisico, ma di una visione cosmica, mistica e travolgente che sfida secoli di iconografia tradizionale e invita a ripensare l’essenza stessa del Salvatore.

La Bibbia etiope, nota come il canone della Chiesa ortodossa Tewahedo, è unica al mondo: con 81 libri (e in alcune versioni fino a 88), include testi considerati apocrifi o esclusi dal canone occidentale, come il Libro di Enoch, i Giubilei e altri scritti enochiani preservati in ge’ez, l’antica lingua liturgica etiope.

Questi manoscritti, custoditi per secoli nei monasteri remoti delle alture etiopi – tra cui i celebri Evangeli di Garima, datati al V-VI secolo e considerati tra i più antichi codici illustrati al mondo – contengono descrizioni vivide non solo della vita e degli insegnamenti di Gesù, ma anche della sua apparizione gloriosa, specialmente nella forma risorta o celeste.

Mentre i Vangeli canonici non dedicano quasi alcuna attenzione all’aspetto fisico di Gesù – concentrandosi sul suo messaggio, i miracoli e la passione – i testi etiopi, influenzati da visioni apocalittiche, dipingono un Cristo di potenza travolgente. Gli occhi di Gesù vengono descritti come “fiamme di fuoco racchiuse in cristallo”, uno sguardo penetrante capace di sondare le profondità dell’anima, esponendo verità nascoste e offrendo al contempo un conforto infinito. Non sono occhi miti o sereni nel senso convenzionale: sono occhi viventi, ardenti, che bruciano con un’intensità divina, capaci di far tremare chi li incontra.

Il volto, a sua volta, è paragonato a un fulmine o al sole allo zenit: una luce accecante, radiante oltre ogni misura umana, così brillante che persino gli angeli chinano il capo in silenzio. La pelle è descritta come bronzo lucente o bruciato in una fornace, i capelli come lana illuminata dal sole, candidi come neve ma fulgidi di luce divina.

Queste immagini riecheggiano fortemente le visioni del Libro dell’Apocalisse (capitolo 1), dove il Cristo risorto appare con “gli occhi come fiamma di fuoco”, il volto “come il sole quando splende in tutta la sua forza”, i piedi “come bronzo splendente”. Ma nella tradizione etiope, questi elementi sono amplificati e contestualizzati in una cosmologia ricca di gerarchie angeliche, giudizi celesti e misteri escatologici. Il Libro di Enoch, in particolare, descrive visioni del “Figlio dell’Uomo” – figura messianica identificata con Cristo – con un volto pieno di grazia ma di una brillantezza insopportabile, una presenza che fa piegare le schiere celesti.

Enoch, rapito in cielo, contempla una figura il cui aspetto è “come quello di un uomo” ma il cui splendore supera ogni descrizione terrena.

Questa rivelazione non è nuova in assoluto, ma sta esplodendo ora grazie alla diffusione virale su social media, video su YouTube e discussioni teologiche che collegano questi testi al progetto cinematografico di Mel Gibson su *La Resurrezione di Cristo*. Molti parlano di un “Gesù cosmico” che va oltre l’immagine dolce e occidentale: non un maestro gentile con capelli castani e occhi azzurri, ma una forza divina terrificante e salvifica, un essere di luce pura che scuote le fondamenta della creazione.

In Etiopia, l’arte sacra ha da sempre raffigurato Cristo con pelle scura, occhi grandi e penetranti, circondato da raggi dorati – un’immagine che riflette la popolazione locale ma anche una teologia che enfatizza la maestà divina più che la mitezza umana.

Il fenomeno ha lasciato il mondo sbalordito per diversi motivi. Innanzitutto, contrasta con l’iconografia dominante: per secoli, l’arte europea ha ritratto Gesù come un uomo caucasico, con tratti nordici o mediterranei idealizzati, influenzata da modelli rinascimentali e barocchi. Questa immagine, radicata nella cultura occidentale, ha plasmato la devozione di miliardi di persone. Ora, testi antichi provenienti dall’Africa – culla del cristianesimo etiope fin dal IV secolo – propongono un’alternativa: un Cristo più vicino alle origini mediorientali e semitiche, con pelle olivastra o bronzea, ma soprattutto trasfigurato in gloria divina.

Alcuni interpreti sottolineano che questa descrizione sottolinea l’umanità di Gesù (radici africane o afroasiatiche) e al tempo stesso la sua divinità trascendente, rompendo stereotipi razziali e culturali.

Dal punto di vista storico, la Bibbia etiope rappresenta una tradizione cristiana antichissima, isolata dalle influenze romane e bizantine che hanno modellato l’Occidente. I manoscritti come i Garima Gospels, scritti su pelle di capra e miniati con colori vividi, sono testimoni di una fede che ha preservato elementi precoci del cristianesimo primitivo. Gli studiosi notano che queste descrizioni non sono “ritratti realistici” del Gesù storico – che probabilmente aveva pelle olivastra, capelli scuri, occhi castani e barba corta, come un ebreo del I secolo – ma visioni simboliche e teologiche della sua gloria post-resurrezione.

Il Nuovo Testamento stesso avverte che “nessuno ha mai visto Dio” e che le apparizioni celesti superano la comprensione umana.

Eppure, l’impatto emotivo è profondo. Molti fedeli, leggendo queste descrizioni, sentono un misto di stupore e inquietudine: è un Gesù che non si lascia addomesticare, che non è solo consolatore ma giudice, luce che acceca prima di illuminare. In un’epoca di crisi spirituale, dove le immagini tradizionali sembrano sbiadite, questa “riscoperta” offre una fede più mistica, capace di confrontarsi con il mistero dell’esistenza. Video e post virali amplificano il clamore: “Gli occhi di Gesù come fuoco nel cristallo”, “Un volto che splende più del sole”, “La Bibbia etiope rivela ciò che è stato nascosto per secoli”.

Critici e scettici ricordano che molte di queste affermazioni circolanti online sono sensazionalistiche, mescolando testi canonici con apocrifi e interpretazioni libere. La Bibbia etiope non fornisce una “fotografia” di Gesù terreno, ma visioni apocalittiche che enfatizzano la divinità. Tuttavia, la coerenza tra Apocalisse, Enoch e iconografia etiope suggerisce una tradizione antica che merita attenzione.

In fondo, questa “scoperta” non è solo su occhi e volto: è un invito a guardare oltre le apparenze culturali, verso un Cristo che trascende ogni ritratto umano.

Mentre il mondo resta sbalordito, la domanda aleggia: possibile che proprio in Africa, terra di antichissima fede cristiana, si conservi la visione più audace e luminosa del Salvatore? Gli occhi ardenti e il volto radiante descritti nei testi etiopi non sono solo dettagli antichi: sono un richiamo a contemplare il mistero divino con timore e meraviglia, ricordandoci che il vero volto di Gesù è quello che si rivela nel cuore di chi lo cerca con sincerità.

(Parole approssimative: 1510)

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