🔥 “LA JUVENTUS DEVE CAMBIARE! NON SOLO UNA PERSONA, MA TUTTA LA SQUADRA!” Spalletti ha improvvisamente rilasciato una dichiarazione forte, vedendo la Juventus in crisi. In particolare, almeno tre grandi stelle hanno risposto al suo appello. Ma le cose non sono semplici, e ciò che sta accadendo nello spogliatoio della Juventus è ancora più scioccante…

La Juventus Football Club si ritrova intrappolata in una crisi sempre più profonda, mentre la stagione 2025-26 si svolge in modo disastroso.
Un tempo giganti indiscussi del calcio italiano, i bianconeri ora languiscono al settimo posto in Serie A, tormentati da una striscia di otto partite senza vittorie che ha portato all’esonero di Igor Tudor.
L’aria a Torino è carica di frustrazione e il nuovo allenatore Luciano Spalletti non ha perso tempo nel dare un ultimatum severo alla sua squadra.Spalletti, l’esperto allenatore che ha guidato il Napoli al suo primo Scudetto in 33 anni, è arrivato in mezzo al caos a fine ottobre.
La sua nomina è stata salutata come un colpo da maestro, eppure i risultati sono stati tiepidi: una vittoria solitaria contro la Cremonese seguita da tre pareggi tra le varie competizioni.
Il 66enne italiano, fresco di allenatore della Nazionale, ha osservato una squadra paralizzata dalla prevedibilità e priva della grinta di un tempo. “Dobbiamo alzare il livello”, ha dichiarato dopo un frustrante pareggio per 1-1 con la Fiorentina il 22 novembre.
Ma le sue parole più incendiarie sono arrivate dopo una tesa vittoria per 3-2 in Champions League contro il Bodø/Glimt il 26 novembre, dove ha criticato aspramente i “problemi di atteggiamento” della squadra e la mancanza di coraggio.Nei gelidi confini dell’Aspmyra Stadion, la Juventus ha recuperato due volte da uno svantaggio, con Weston McKennie, Lois Openda e Jonathan David a segno in un finale caotico.
Eppure, l’invettiva di Spalletti nel post-partita è stata implacabile. “Questa squadra manca di entusiasmo; gioca senza la fame di dominare”, ha detto furibondo ai giornalisti.

Non ha individuato errori individuali, ma un malessere collettivo: giocatori che si sottraggono alle responsabilità, schemi prevedibili che gli avversari sfruttano senza sforzo e uno spogliatoio in cui l’autocompiacimento dilaga.
“Non si tratta di un singolo individuo, è l’intero collettivo che deve trasformarsi”, ha sottolineato Spalletti, con l’autorità di un allenatore che ha già ricostruito squadre divise in passato.
Le sue parole hanno riecheggiato i sentimenti di una tifoseria stanca di scuse, che chiedeva un ritorno all’ethos spietato che ha caratterizzato i nove titoli consecutivi dal 2012 al 2020.La risposta interna alla squadra è stata rapida ma disomogenea, con almeno tre stelle chiave che si sono pubblicamente schierate con la chiamata alle armi di Spalletti.
Dusan Vlahovic, l’attaccante serbo i cui cinque gol in questa stagione smentiscono il suo prezzo di 80 milioni di euro, è stato il primo a rompere gli schemi dopo l’esonero di Tudor.
“Noi giocatori dobbiamo guardarci allo specchio; gli allenatori cambiano, ma la colpa è nostra”, ha ammesso Vlahovic dopo la vittoria per 3-1 contro l’Udinese.
La sua schiettezza, rara in una squadra spesso accusata di distacco, segnalava la volontà di assumersi il peso dei recenti fallimenti, tra cui l’umiliante sconfitta per 1-0 contro il Real Madrid in Champions League.Weston McKennie, il centrocampista americano la cui versatilità è stata una rara costante, ha fatto eco a questo sentimento dopo il trionfo di Bodø.
“Spalletti ci dà tutto; ora lo ripaghiamo con la fiducia”, ha detto McKennie a Tuttosport, ricordando il rimprovero dell’allenatore a metà partita per i semplici errori di passaggio. “Nessuna scusa per i giocatori della Juventus: noi siamo decisi e concentrati”.
Le sue parole, pronunciate con la grinta di chi ha superato tre cambi di allenatore solo nel 2025, hanno sottolineato una crescente determinazione nel nucleo del centrocampo.

La leadership di McKennie in campo – segnando il gol del vantaggio in Norvegia – lo ha posizionato come un ponte tra la visione di Spalletti e l’esecuzione della squadra.
Kenan Yildiz, il ventenne prodigio turco che ha raggiunto le 100 presenze con il club, ha aggiunto la sua opinione in una toccante intervista. “Sono felice qui e voglio lottare per questa squadra fino alla fine”, ha dichiarato Yildiz, respingendo le speculazioni su un suo addio a gennaio.
Essendo l’attaccante più dinamico della Juventus, il suo impegno è fondamentale; Spalletti ne ha elogiato la professionalità, sottolineando come la giovane stella incarni l’ambizione necessaria per trascinare la squadra fuori dalla mediocrità.
Questi tre – Vlahovic, McKennie e Yildiz – rappresentano una fazione assetata di riscatto, e il loro sostegno contribuisce a dare peso alla trasformazione di Spalletti.
Eppure, come ha rivelato la risposta provocatoria di Pierre Kalulu alle critiche post-pareggio, non tutti cantano la stessa canzone: “La cattiveria che ci viene rivolta è ingiusta; combattiamo uniti”. Sotto la superficie di queste promesse pubbliche, tuttavia, si nasconde una dinamica di spogliatoio più tumultuosa di quanto si immagini.
Fonti vicine al club dipingono un quadro di divisioni latenti, esacerbate dal rapido carosello manageriale: tre allenatori nel 2025 hanno eroso fiducia e coesione.
Michele di Gregorio, il portiere che ha stabilizzato la difesa, ha descritto una “spaccatura” iniziale in cui alcune “brave mele” hanno combattuto contro il disinteresse degli altri.
Il silenzio dopo il pareggio con la Fiorentina, ha osservato Spalletti, la dice lunga: giocatori insoddisfatti ma poco disposti ad affrontare fratture più profonde.
Le voci di gruppi di potere – veterani restii all’integrazione dei giovani, giocatori in prestito come Openda che si sentono esclusi – hanno alimentato una vena tossica.

A complicare ulteriormente la situazione, gli scandali fuori dal campo aleggiano come ombre. L’indagine in corso della UEFA sulle irregolarità finanziarie, comprese le potenziali violazioni della “regola dei guadagni calcistici”, ha minato il morale.
Il fantasma degli eccessi passati, dal “libro nero” di Paratici alle famigerate fughe di notizie su WhatsApp di Chiellini, ricorda ai giocatori la fragilità istituzionale. In allenamento, Spalletti ha ruotato in modo aggressivo, riposizionando Teun Koopmeiners più indietro e reintegrando Filip Kostic, con l’obiettivo di infondere giovinezza e imprevedibilità.
Eppure, le notizie di accesi scambi di battute – McKennie si è storto una caviglia ma ha liquidato il dolore come “dolore mentale” – lasciano presagire una polveriera.
L’ex portiere Gianluigi Buffon ha avvertito che senza “fiducia a lungo termine”, il ciclo si ripete, esortando dirigenti come Damien Comolli a sostenere Spalletti in modo inequivocabile.Mentre la Juventus si prepara per la partita del 29 novembre contro il Cagliari, la posta in gioco non potrebbe essere più alta.
Il supercomputer di Opta fissa le probabilità di vittoria dello Scudetto a un misero 1,9%, con l’Inter favorita al 56,1%. Il contratto di otto mesi di Spalletti, con una clausola di prolungamento legata alla qualificazione alla Champions League, fa guadagnare tempo, ma non lascia margine di errore.
La sua filosofia – pressing alto e attacchi fluidi che ricordano la gloria del Napoli – richiede l’adesione di una squadra che unisce promesse (Yildiz, Miretti) a talenti comprovati (Vlahovic, David).
La vittoria di Bodo, per quanto grintosa, offre un barlume di speranza: tre punti che li riportano in lizza per i playoff.In definitiva, la mossa di Spalletti impone una resa dei conti. Il cambiamento non è cosmetico; è esistenziale.
Il collettivo deve liberarsi dai propri diritti, abbracciando il disagio in nome del predominio. Se l’introspezione di Vlahovic, la tenacia di McKennie e il fuoco di Yildiz accenderanno il resto, la Juventus potrebbe ancora risorgere dalle sue ceneri.
Ma ignorate il marciume nello spogliatoio, e le fiamme della crisi li consumeranno completamente. Torino attende la prova che la Vecchia Signora ruggisce ancora.