La riforma Nordio ha quasi capovolto l’intero sistema giudiziario italiano, scuotendo dalle fondamenta un assetto consolidato da decenni. La proposta di separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, accompagnata dalla creazione di due distinti Consigli Superiori della Magistratura e da meccanismi di sorteggio per i componenti laici, è stata presentata dal ministro della Giustizia Carlo Nordio come un passo necessario per modernizzare la giustizia, renderla più efficiente e allinearla agli standard di molte democrazie europee.

Eppure, il solo nome di Nicola Gratteri, procuratore capo di Napoli e uno dei magistrati più noti nella lotta alla criminalità organizzata, ha fatto tremare i “palazzi” del potere: quei centri istituzionali, politici e giudiziari dove si decidono le sorti del Paese. E ora, a poche settimane dal referendum confermativo previsto per marzo 2026, domina un silenzio inquietante, quasi palpabile, dietro al quale si nascondono tensioni irrisolte e timori che nessuno osa esprimere ad alta voce.

Tutto è iniziato con l’approvazione parlamentare della riforma costituzionale, un iter lungo e controverso che ha visto il governo di centrodestra spingere con determinazione per introdurre cambiamenti radicali. La separazione delle carriere non è una novità assoluta nel dibattito italiano: da anni si parla di distinguere nettamente il ruolo del giudice, chiamato a essere terzo e imparziale, da quello del pubblico ministero, che rappresenta l’accusa e ricerca la verità processuale. Nordio ha sempre sostenuto che questa distinzione rafforzerebbe l’indipendenza della magistratura, eliminando i rischi di commistione tra funzioni giudicante e requirente, e riducendo l’influenza delle correnti interne all’Associazione Nazionale Magistrati.

Il ministro, ex pm lui stesso, ha ripetuto che la riforma non mira a sottomettere le toghe al potere esecutivo, ma a elevare il pm al rango di una figura autonoma, non più vincolata a una carriera unica che potrebbe generare condizionamenti.
Tuttavia, le critiche sono state feroci fin dall’inizio. Molti magistrati, tra cui figure di spicco come lo stesso Gratteri, hanno visto nella proposta un pericolo concreto per l’autonomia della procura. Gratteri, in particolare, ha denunciato con insistenza che la separazione non accelererebbe i processi – come promesso dal governo – ma al contrario li renderebbe più vulnerabili a interferenze politiche. In interviste e interventi pubblici, il procuratore ha sottolineato che, una volta separata la carriera del pm da quella del giudice, il pubblico ministero rischierebbe di essere equiparato a una parte privata, esposto alle direttive dell’esecutivo di turno.
“Non si vuole separare la magistratura, si vuole controllarla”, ha dichiarato più volte, evocando scenari in cui il governo potrebbe decidere quali reati perseguire e quali ignorare, in base a priorità politiche piuttosto che a esigenze di giustizia.
Le parole di Nordio hanno acceso la miccia definitiva. Quando il ministro ha definito “blasfemo” il sospetto che la riforma puntasse a minare l’indipendenza delle toghe, Gratteri ha replicato con durezza: “Un termine inappropriato”. Il procuratore, intervenendo all’inaugurazione dell’anno giudiziario a Napoli nel gennaio 2026, ha ricordato che Nordio è una persona colta, padrona della lingua italiana, eppure ha scelto un’espressione che sposta il dibattito su un piano quasi sacrale, lontano dalla razionalità istituzionale.
Quel “blasfemo” ha simboleggiato lo scontro tra due visioni inconciliabili: da un lato il governo, che vede nella riforma un correttivo a un sistema giudicato corporativo e inefficiente; dall’altro una parte consistente della magistratura, che interpreta il cambiamento come un attacco all’equilibrio dei poteri.
Gratteri non è solo un critico isolato. Le sue posizioni riecheggiano in molti interventi di procuratori e presidenti di corte d’appello in tutta Italia. A Milano, durante la stessa inaugurazione dell’anno giudiziario, il pg ha definito la riforma “inutile e punitiva”, uno spreco di risorse che non risolve le vere carenze strutturali della giustizia: organici insufficienti, digitalizzazione lenta, arretrati cronici. A Palermo e in altre procure antimafia, si è parlato di strumentalizzazione del ricordo di Giovanni Falcone per giustificare una riforma che, secondo i detrattori, indebolirebbe proprio la capacità di contrasto alla criminalità organizzata.
Gratteri ha insistito: la velocità della giustizia non c’entra nulla con la separazione delle carriere. “Che c’entra con i tempi dei processi se ogni due mesi si introducono nuovi reati con decreti?”, ha chiesto retoricamente, smontando gli slogan del fronte del Sì.
Uno degli aspetti più contestati è il meccanismo del sorteggio per i Consigli Superiori della Magistratura. La riforma prevede che i componenti togati siano estratti a sorte tra i magistrati in servizio, mentre quelli laici – un terzo del totale – provengano da un elenco predefinito dal Parlamento, con un sorteggio “temperato”. Gratteri ha bollato questo sistema come “truccato”: “Non è un sorteggio vero, perché prima si selezionano 50 nomi fedeli alla politica, poi si estrae chi si vuole”.
Secondo lui, questo aprirebbe la porta a un controllo indiretto del potere politico sulle nomine, vanificando l’indipendenza conquistata con la Costituzione del 1948.
Eppure, nonostante le polemiche infuocate nei mesi precedenti, oggi prevale un silenzio assordante. I media, che fino a poche settimane fa dedicavano pagine intere allo scontro, sembrano aver abbassato i toni. Le trasmissioni televisive invitano meno spesso Gratteri e gli altri critici. Persino all’interno della magistratura, dopo l’ondata di interventi all’inaugurazione dell’anno giudiziario, si avverte una cautela nuova. Forse è la stanchezza di una campagna referendaria estenuante, o forse il timore di ritorsioni disciplinari ventilate dal ministro.
Nordio ha infatti accennato a pacchetti per procedure contro i magistrati che criticano pubblicamente le riforme, suscitando reazioni indignate da parte di Gratteri e altri: “Non abbiamo paura”.
Questo silenzio è il più spaventoso, perché nasconde domande inevase. Cosa accadrà se vincerà il Sì? Il pm diventerà davvero una figura più autonoma, o finirà subordinato all’esecutivo, come avviene in altri Paesi? E se vincerà il No, il governo abbandonerà davvero il progetto, o troverà altre vie per riformare la giustizia? Gratteri ha più volte ricordato che la separazione delle carriere era già nel programma di Licio Gelli, nella P2, e che da allora è stata riproposta da vari governi di centrodestra.
Il sospetto è che dietro la bandiera dell’efficienza si nasconda un disegno più ampio: riequilibrare i poteri a favore della politica, riducendo il ruolo “invadente” della magistratura in inchieste sensibili.
Intanto, il Paese si avvicina al voto diviso. Sondaggi recenti mostrano un recupero del No, passato da svantaggi pesanti a un gap minimo. Gratteri, che ha ammesso di essere stato diffamato quotidianamente sui giornali, resta fiducioso: “Il No sta rimontando, c’è ancora tempo”. Ma il silenzio attuale suggerisce che la vera battaglia non è più solo sui contenuti tecnici della riforma, bensì sul futuro dell’indipendenza giudiziaria in Italia.
Un futuro in cui i “palazzi” tremano non solo per il nome di un procuratore calabrese diventato simbolo, ma per ciò che quel nome rappresenta: la resistenza di chi crede che la giustizia debba restare autonoma, al servizio dei cittadini e non del potere di turno.
In questo clima sospeso, il referendum appare come un bivio storico. Da una parte, la promessa di una giustizia più moderna e depoliticizzata; dall’altra, il rischio di un indebolimento irreversibile del principio di separazione dei poteri. Gratteri, con la sua voce insistente, ha contribuito a tenere viva la discussione, ma ora tocca ai cittadini decidere. Il silenzio che avvolge il dibattito non è pace, è attesa carica di tensione. E quando il voto sarà espresso, forse solo allora si capirà se quel silenzio era preludio a una svolta o a una resa. (circa 1520 parole)