Il generale Roberto Vannacci ha recentemente avuto un confronto televisivo con Laura Boldrini che ha lasciato il segno nel dibattito pubblico italiano. In quell’occasione, pronunciando la frase diventata virale «la normalità non è un reato», Vannacci ha messo in scena una difesa appassionata di ciò che lui considera i valori tradizionali, la famiglia naturale, l’identità biologica e culturale del nostro paese, contrapponendoli a quelle che definisce derive ideologiche imposte da una certa sinistra progressista.

Laura Boldrini, ex presidente della Camera e figura storica del centrosinistra, ha cercato di contestualizzare le posizioni del generale all’interno di una cornice più ampia di diritti civili, inclusione e lotta alle discriminazioni. Ha accusato Vannacci di promuovere una visione retrograda, che ridurrebbe lo spazio per le identità di genere fluide, per le famiglie arcobaleno, per le politiche migratorie aperte e per una società che – secondo lei – deve evolversi superando i vecchi schemi.

Il generale non si è lasciato intimidire: con il tono deciso che lo contraddistingue da quando è entrato in politica, ha ribattuto che difendere la normalità biologica, la complementarietà tra uomo e donna, il diritto dei bambini ad avere un padre e una madre non costituisce odio né fascismo, ma semplice amore per la realtà così com’è data.

Il web è esploso. Da una parte i sostenitori di Vannacci hanno parlato di «umiliazione» subita da Boldrini, di un generale che finalmente ha detto in televisione quello che milioni di italiani pensano ma non osano esprimere per paura del politically correct. Dall’altra parte i detrattori hanno accusato il leghista di machismo, di riduzionismo biologico, di voler riportare l’Italia indietro di decenni. Titoli come «Vannacci asfalta Boldrini» o «La normalità non è un reato» hanno rimbalzato su YouTube, Facebook, X e Telegram, accompagnati da migliaia di commenti entusiasti da un lato e indignati dall’altro.
Ma al di là della spettacolarizzazione del momento televisivo, la questione che Vannacci ha posto merita di essere analizzata con maggiore profondità. La parola «normalità» è diventata negli ultimi anni un termine esplosivo. Per alcuni rappresenta un baluardo contro l’azzeramento delle differenze, contro quella che percepiscono come una dittatura del relativismo etico; per altri è invece un concetto oppressivo, uno strumento usato per emarginare chi non rientra nel modello eterosessuale, bianco, cristiano, tradizionale.
Vannacci, nel suo libro «Il mondo al contrario» e poi in innumerevoli interventi pubblici, ha sempre sostenuto che esista una realtà oggettiva: due sessi biologici, un legame privilegiato tra procreazione naturale e famiglia, una storia millenaria europea fondata sul cristianesimo e sui valori greco-romani. Secondo lui, negare questi elementi non è progresso, ma ideologia.
Quando Boldrini ha insistito sul diritto di ognuno a definirsi come vuole, il generale ha replicato che la libertà personale finisce dove inizia la realtà fattuale: un uomo non può diventare donna cambiando abito e pronomi, un bambino non può essere privato del diritto a un padre e a una madre solo perché due adulti hanno deciso diversamente.
Il punto centrale dello scontro non è tanto la buona educazione o il rispetto reciproco – entrambi hanno mantenuto un tono civile – quanto la concezione stessa di società. Boldrini rappresenta una visione che potremmo definire post-moderna: la verità è fluida, i diritti si espandono continuamente, l’inclusione è il valore supremo. Vannacci incarna invece una posizione realista-conservatrice: esiste una natura umana, esistono norme che derivano da essa, e la politica dovrebbe tutelarle anziché stravolgerle in nome di un’astratta uguaglianza.
Questo scontro riflette una frattura molto più ampia che attraversa l’Occidente intero. Da una parte c’è chi vede nella «normalità» un sinonimo di oppressione patriarcale, coloniale, eteronormativa; dall’altra chi la considera l’unico argine contro il nichilismo, la disgregazione sociale, la perdita di senso. In Italia il tema si carica di ulteriori significati: da noi la famiglia tradizionale è stata per secoli il collante della società, la parrocchia il centro della comunità, la lingua e la cultura ereditate dai padri un patrimonio da difendere.
Quando Vannacci dice «la normalità non è un reato» sta parlando anche a chi si sente sotto assedio, a chi pensa che a scuola si insegni più gender fluid che Dante, che nei media si celebri più l’orgoglio LGBT che la Madonna del Rosario, che l’immigrazione di massa stia cambiando il volto del paese senza che nessuno abbia chiesto il permesso agli italiani.
Naturalmente le critiche non mancano. Molti osservano che Vannacci semplifichi eccessivamente: la «normalità» di cui parla non è mai esistita in modo puro, la storia è piena di eccezioni, di famiglie monogenitoriali, di omosessualità vissute in silenzio, di ruoli di genere ribaltati. Altri sottolineano il pericolo di usare la biologia come arma politica: se tutto si riduce al cromosoma XY o XX, dove resta lo spazio per la persona, per la sua storia, per la sua sofferenza? Boldrini ha insistito proprio su questo: dietro ogni identità non conforme c’è una persona che soffre, che chiede solo di essere riconosciuta.
Criminalizzare il desiderio di essere se stessi è, per lei, la vera violenza.
Eppure il generale ha toccato un nervo scoperto. I sondaggi – anche quelli non graditi alla sinistra – mostrano da anni che una larga fetta della popolazione italiana è contraria all’utero in affitto, scettica sulla teoria gender a scuola, preoccupata per l’impatto dell’immigrazione incontrollata. Vannacci non inventa nulla: amplifica un disagio reale, lo veste di linguaggio diretto, a tratti brutale, ma comprensibile.
Quando dice che «difendere la normalità non è reato», sta dicendo a milioni di persone: non siete fascisti, non siete razzisti, non siete omofobi solo perché volete che i vostri figli crescano con un padre e una madre, che la scuola non li confonda sui sessi, che l’identità italiana non venga diluita.
Il successo mediatico di Vannacci deriva proprio da questa capacità di tradurre il senso comune in slogan forti. «La normalità non è un reato» funziona perché è semplice, perché suona come una liberazione dopo anni di sensi di colpa imposti dall’alto. Boldrini, al contrario, appare – agli occhi di molti – come la rappresentante di un’élite che predica inclusione ma guarda con sufficienza chi non si adegua al nuovo catechismo progressista.
Non si tratta di stabilire chi abbia «vinto» il dibattito. La televisione premia lo scontro, non la ricerca della verità. Ma il fatto che un generale in pensione, diventato europarlamentare e poi esponente di spicco della destra, riesca a catalizzare tanta attenzione dimostra quanto il tema sia vivo. L’Italia è un paese spaccato: da una parte chi vuole conservare le coordinate antropologiche tradizionali, dall’altra chi le considera superate e oppressive.
Forse la vera domanda non è se la normalità sia o non sia un reato, ma se esista ancora una «normalità» condivisa. Vannacci risponde di sì, e la identifica con la famiglia naturale, con il sesso biologico, con le radici cristiane. Boldrini risponde di no, o meglio risponde che la normalità è plurale, che ognuno può costruirsi la propria senza ledere quella altrui.
Nel mezzo restano milioni di italiani che ascoltano, commentano, si arrabbiano o si esaltano, ma che soprattutto si chiedono: chi ha ragione? O forse, più semplicemente: chi ci rappresenta meglio? La risposta non arriverà da un talk show, né da un tweet virale. Verrà, semmai, dalle urne, dalle scuole, dalle famiglie, dalle parrocchie, dai bar. Perché, piaccia o no, il dibattito aperto da Vannacci contro Boldrini non è solo uno scontro tra due persone: è il riflesso di una guerra culturale che l’Italia – come tutta l’Europa – sta combattendo da anni e che non accenna a finire.
La normalità, alla fine, non sarà dichiarata reato da nessuna sentenza. Ma il fatto che si debba urlare a gran voce che non lo è dimostra quanto quella parola sia diventata, per molti, un grido di resistenza. E per altri, un simbolo da smantellare.
(Parole: circa 1480)